
“Non so cosa fare della mia vita”
T. ha ventun anni. Arriva in studio con una frase che dice tutto e niente insieme: “Non so cosa fare della mia vita.”
Non è disperato. Non è depresso. È bloccato.
Ha iniziato l’università, poi l’ha mollata. Ha pensato di lavorare, ma “senza una direzione ha poco senso”. Guarda gli altri andare avanti e sente di essere rimasto indietro, anche se non sa bene rispetto a cosa. La sensazione che descrive più spesso è questa: confusione mescolata a paura.
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La fragilità dei ventenni di oggi
Quella che T. sta attraversando non è pigrizia, né mancanza di ambizione.
È una crisi evolutiva. I vent’anni sono l’età delle scelte importanti, ma oggi queste scelte arrivano in un contesto che rende tutto più difficile:
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troppe possibilità
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poche certezze
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un confronto costante (e spesso impietoso) con gli altri
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aspettative alte, interne ed esterne
A vent’anni si dovrebbe “capire chi si è”. Peccato che nessuno insegni come farlo.
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La crisi evolutiva: quando il vecchio non basta più, ma il nuovo non c’è ancora
La crisi evolutiva nasce quando:
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ciò che eri fino a ieri non ti rappresenta più
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ma ciò che diventerai non è ancora chiaro
È una fase di passaggio. E come tutti i passaggi, è instabile, scomoda, ansiogena. T. non ha “un problema”. Ha una domanda enorme, che spesso suona così: “E se scegliessi sbagliato?” Il timore di sbagliare paralizza. Così si resta fermi, aspettando una sicurezza che non arriverà mai prima dell’azione.
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Alcuni segnali tipici di questa fase
Molti ventenni arrivano in terapia con:
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difficoltà a prendere decisioni
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senso di inadeguatezza rispetto ai coetanei
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paura di deludere le aspettative
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alternanza tra grandi sogni e totale sfiducia
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l’idea di essere “in ritardo”
Spoiler: non lo sono.
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Da dove si può iniziare
Il lavoro con T. non è stato “decidere cosa fare”. È stato imparare a tollerare il non sapere.
Alcuni punti chiave:
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distinguere ciò che desidera davvero da ciò che “dovrebbe” desiderare
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ridimensionare l’idea della scelta perfetta
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capire che il futuro non si trova: si costruisce
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accettare che sbagliare non è fallire, ma fare esperienza
La direzione spesso arriva camminando, non prima.
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In conclusione
A vent’anni sentirsi persi non è un segnale di fragilità patologica. È spesso il segno che qualcosa dentro sta cercando di prendere forma. Se questa storia ti somiglia, sappi che non sei solo e che non c’è nulla di rotto da aggiustare, ma molto da comprendere.
Se senti il bisogno di fare chiarezza su lavoro, studio o futuro, puoi contattarmi e iniziare a dare spazio alle tue domande, senza fretta e senza giudizio.



